Un mese fa ho fatto il pieno alla macchina. Il prezzo segnava 2,34 euro al litro.
Ricordo quella cifra perché mi è rimasta addosso. Non soltanto per il costo, ma per quello che rappresentava: la sensazione, ormai familiare, di vivere in un mondo nel quale tutto sembra chiedere qualcosa a noi, mentre noi abbiamo sempre meno possibilità di incidere concretamente su ciò che accade. Il denaro che se ne va, la fatica di arrivare alla fine del mese, l’impressione di dover continuamente fare i conti con una realtà che non dipende dalle nostre scelte.
Poco dopo, ho aperto Instagram.
È un gesto automatico, quasi inconsapevole. Un intervallo di pochi secondi tra una cosa e l’altra, un’abitudine che non richiede una decisione vera e propria. Si prende il telefono, si apre un’applicazione, si guarda cosa succede nel mondo. O, almeno, ciò che il mondo decide di mostrarci attraverso uno schermo.
Mi sono imbattuta nei commenti sotto una fotografia della figlia diciannovenne di un noto calciatore. Una fotografia legata a un momento familiare, il matrimonio della madre. Una giovane donna vestita in modo impeccabile, inserita in una circostanza che, almeno in apparenza, avrebbe potuto suscitare tutt’al più qualche osservazione sull’abito, sull’eleganza, sulla cerimonia.
E invece ho trovato insulti.
Non una critica isolata, non un commento infelice, non l’espressione maldestra di qualcuno che aveva dimenticato di avere davanti un’altra persona. Una sequenza di giudizi aggressivi, derisioni e parole che sembravano avere un unico obiettivo: ridurre quella ragazza a un bersaglio sul quale riversare qualcosa.
E a colpirmi, forse più degli insulti stessi, è stato un dettaglio: quei commenti erano scritti da adulti.
Adulti che scelgono di dedicare il proprio tempo a umiliare una ragazza di diciannove anni. Adulti che entrano nello spazio pubblico digitale per esprimere disprezzo nei confronti di una giovane donna che non conoscono, della quale vedono una fotografia e sulla quale si sentono autorizzati a esercitare un giudizio.
Mi sono fermata a guardare quella scena. E ho cominciato a chiedermi che cosa ci stesse succedendo.
Non ho pensato soltanto alla cattiveria individuale, alla maleducazione o alla mancanza di empatia. Mi sembravano spiegazioni troppo semplici, troppo rassicuranti. Attribuire tutto alla presenza di persone cattive ci permette, infatti, di collocare il problema altrove, fuori da noi, senza interrogarci sul contesto che rende certi comportamenti così frequenti, visibili e apparentemente accettabili.
Ho pensato, piuttosto, a quanto ci siamo lasciati immobilizzare dai social network.
E a quanto questa immobilità abbia finito per assomigliare, paradossalmente, a una forma di partecipazione.
La sensazione di esserci, senza essere davvero presenti
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel nostro rapporto con i social network. Non siamo mai stati così esposti gli uni agli altri, così costantemente informati sulla vita altrui, così raggiungibili. Eppure, questa vicinanza continua non coincide necessariamente con una maggiore capacità di stare in relazione.
Vediamo le fotografie, leggiamo le opinioni, osserviamo le proteste, commentiamo le decisioni politiche, assistiamo alle sofferenze altrui in tempo reale. Tutto ci raggiunge, tutto sembra riguardarci, tutto ci offre la possibilità immediata di esprimere un giudizio.
Ma quanto di tutto questo si traduce in un’esperienza reale? Quanto diventa responsabilità, trasformazione, incontro?
Il sociologo Zygmunt Bauman, in Modernità liquida (2000), ha descritto una società nella quale i legami e i riferimenti collettivi diventano sempre più instabili, mentre la responsabilità di affrontare le contraddizioni del mondo ricade sempre più sui singoli. La sua riflessione precede l’attuale configurazione delle piattaforme digitali, ma aiuta a comprendere il terreno sul quale si sviluppa il nostro rapporto con esse: siamo continuamente chiamati a esporci come individui, a costruire un’immagine di noi stessi, a trovare un posto in uno spazio sociale mutevole.
Sherry Turkle, sociologa e studiosa delle tecnologie digitali, in Alone Together (2011), ha messo in luce una contraddizione altrettanto significativa: le tecnologie possono farci sentire connessi senza necessariamente farci sentire in compagnia. Possiamo essere costantemente in contatto e, nello stesso tempo, diventare meno disponibili all’imprevedibilità e alla complessità di una relazione autentica.
La relazione, infatti, non è semplicemente la possibilità di raggiungere qualcuno. È la capacità di tollerare che l’altro sia diverso da noi, che non corrisponda alle nostre aspettative, che non sia immediatamente comprensibile e, soprattutto, che non esista per soddisfare i nostri bisogni.
Sui social, invece, l’altro rischia di diventare un’immagine da consumare, un’opinione da approvare o contestare, un corpo da valutare, un bersaglio sul quale scaricare una tensione.
E noi rischiamo di confondere la possibilità di intervenire con la capacità di partecipare.
Il fatto di poter commentare una fotografia non significa essere entrati in relazione con la persona che vi compare. Il fatto di poter condividere una notizia non significa aver compreso ciò che racconta. Il fatto di poter esprimere indignazione non significa necessariamente essersi assunti una responsabilità.
A volte, il gesto digitale ci offre proprio il sollievo di sentirci attivi senza dover modificare nulla della nostra vita.
Forse è anche questo che intendo quando parlo di immobilità: non l’assenza di movimento, ma un movimento continuo che non ci porta da nessuna parte.
Il bisogno di giudicare e la difficoltà di incontrare l’altro
Se provo a guardare quella fotografia attraverso una prospettiva psicoanalitica relazionale, la domanda che mi interessa non è soltanto perché qualcuno insulti una ragazza. È anche che cosa accade nella relazione, persino quando una relazione autentica non si è mai costituita.
Stephen A. Mitchell, in Relational Concepts in Psychoanalysis (1988), ha contribuito a sviluppare una concezione della mente nella quale l’esperienza individuale non può essere separata dai modelli relazionali attraverso cui ciascuno di noi costruisce il proprio mondo interno. La soggettività non si forma nel vuoto: prende forma nelle relazioni, nei riconoscimenti ricevuti, nelle aspettative, nelle ferite e nelle modalità attraverso cui impariamo a stare con gli altri.
Da questa prospettiva, il nostro modo di guardare una persona non è mai del tutto neutrale. Porta con sé una storia, delle fantasie, dei conflitti e delle aspettative.
Questo non significa che possiamo conoscere le motivazioni psicologiche di chi ha scritto quei commenti, né che ogni comportamento aggressivo debba essere ricondotto a una spiegazione clinica. Sarebbe una semplificazione. Possiamo però interrogarci sulle condizioni relazionali che rendono possibile trasformare una persona sconosciuta in un oggetto sul quale esercitare il proprio disprezzo.
Una fotografia ci consegna una parte infinitesimale di una vita. Eppure, molto spesso, ci comportiamo come se ci autorizzasse a formulare un giudizio complessivo sulla persona che la abita.
Non vediamo più una giovane donna, con la sua storia, le sue fragilità, i suoi desideri e le sue contraddizioni. Vediamo un’immagine pubblica sulla quale possiamo proiettare aspettative, risentimenti e idee di come una donna dovrebbe apparire, comportarsi, vestirsi.
La persona si restringe fino a coincidere con la rappresentazione che abbiamo di lei.
È un passaggio importante: quando l’altro diventa soltanto un’immagine, diventa più facile dimenticare che può essere ferito.
La distanza dello schermo, l’assenza di una risposta immediata, la possibilità di confondersi nella folla dei commentatori possono contribuire a indebolire la percezione della responsabilità personale. Non rendono inevitabile l’aggressività, ma possono abbassare le soglie che normalmente ci impedirebbero di dire a una persona, guardandola negli occhi, ciò che scriviamo con tanta disinvoltura sotto una fotografia.
E qui la questione, per me, diventa anche culturale e politica.
Perché una società non si rivela soltanto attraverso le istituzioni che costruisce, le leggi che approva o le proteste che organizza. Si rivela anche attraverso il modo in cui tratta chi è esposto al suo sguardo.
Una ragazza di diciannove anni, fotografata al matrimonio della madre, diventa così il punto sul quale si concentra una quantità di aggressività che supera di molto ciò che quella fotografia potrebbe ragionevolmente suscitare.
Non sappiamo che cosa attraversi chi scrive quei commenti. Ma sappiamo che la ragazza non ha bisogno di essere conosciuta personalmente perché le venga riconosciuto il diritto a non essere umiliata.
La dignità non dovrebbe dipendere dal fatto che una persona ci piaccia, che condivida i nostri valori o che corrisponda alla nostra idea di eleganza, sobrietà o appropriatezza.
Dovrebbe precedere il giudizio.
I social network e la trasformazione del disagio in spettacolo
C’è un altro aspetto che mi sembra importante: i social network non sono semplicemente luoghi nei quali le persone portano ciò che sono. Sono ambienti che organizzano la visibilità, orientano l’attenzione e premiano alcune forme di comunicazione più di altre.
Il sociologo Manuel Castells, in Comunicazione e potere (2009), ha mostrato quanto il potere contemporaneo sia legato alla capacità di costruire significati, influenzare le rappresentazioni della realtà e intervenire nei processi attraverso cui le persone interpretano il mondo.
Oggi, una parte rilevante di questi processi passa attraverso piattaforme che selezionano e distribuiscono contenuti secondo logiche algoritmiche e commerciali. L’indignazione, il conflitto e la polarizzazione possono diventare particolarmente visibili, perché catturano l’attenzione e alimentano l’interazione. Questo non significa che ogni piattaforma premi sempre la cattiveria o che ogni utente ne sia vittima passiva. Significa, però, che il nostro modo di comunicare non dipende soltanto dalle intenzioni individuali: dipende anche dagli ambienti nei quali quelle intenzioni prendono forma.
Shoshana Zuboff, in Il capitalismo della sorveglianza (2019), ha analizzato il modo in cui le esperienze umane vengono trasformate in dati e inserite in modelli economici fondati sulla previsione e sull’influenza dei comportamenti. La sua prospettiva ci invita a considerare una domanda scomoda: che cosa accade quando la nostra attenzione diventa una risorsa economica e il nostro tempo viene continuamente conteso?
Forse finiamo per abitare spazi che ci chiedono di reagire prima ancora di aver avuto il tempo di pensare.
Vediamo, reagiamo. Leggiamo, giudichiamo. Ci indigniamo, passiamo oltre.
E la sofferenza altrui rischia di diventare un contenuto tra gli altri, qualcosa da consumare insieme a una pubblicità, una fotografia di viaggio e una notizia di cronaca.
È questa continuità a colpirmi. La facilità con cui possiamo passare da una difficoltà concreta della nostra vita a un commento crudele sulla vita di qualcun altro. Come se il mondo fosse diventato una successione di immagini alle quali non siamo chiamati a rispondere, ma soltanto a reagire.
Un mese fa, davanti a quella fotografia, ho avvertito una distanza crescente tra il modo in cui desidero stare nel mondo e il modo in cui mi ritrovavo a frequentarlo.
Non perché io mi senta migliore di chi utilizza i social. Non perché pensi di essere immune dalle loro dinamiche. E nemmeno perché ritenga che ogni esperienza digitale sia necessariamente superficiale o dannosa.
Mi sono accorta, più semplicemente, che non volevo più partecipare a quel meccanismo nello stesso modo.
Cancellare i social non significa scomparire
Ho deciso di cancellare i miei social.
Scriverlo sembra un gesto piccolo, quasi insignificante rispetto alla complessità dei problemi che attraversano la nostra società. Non cambierà le condizioni economiche del Paese, non risolverà le disuguaglianze, non fermerà la violenza verbale e non restituirà automaticamente profondità alle nostre relazioni.
Ne sono consapevole.
Eppure, per me, questa decisione ha assunto il significato di una piccola rivoluzione personale.
Una rivoluzione senza slogan, senza pubblico e senza bisogno di essere raccontata attraverso una fotografia. Una scelta che non pretende di diventare un modello per gli altri, ma che nasce dalla necessità di modificare qualcosa nel mio rapporto con il mondo.
In una prospettiva relazionale, anche il modo in cui scegliamo di stare in un ambiente può essere letto come una presa di posizione rispetto ai legami che quell’ambiente rende possibili. Non siamo soltanto soggetti passivi delle relazioni che abitiamo: possiamo riconoscerne alcune dinamiche, interrogarle e, talvolta, provare a modificarle.
Philip A. Ringstrom, nel suo lavoro sulla psicoanalisi relazionale e sulla pratica clinica, insiste sull’importanza di riconoscere la complessità dell’esperienza interpersonale e la possibilità di aprire nuove configurazioni relazionali. Non si tratta di eliminare il conflitto o di cercare una posizione di purezza morale, ma di diventare più consapevoli del modo in cui partecipiamo alle situazioni che ci coinvolgono.
È in questo senso che penso alla mia decisione.
Non voglio trasformare la cancellazione dei social in un atto di superiorità. Non voglio dire a chi rimane che sbaglia, né immaginare che basti disconnettersi per sottrarsi alle contraddizioni del presente.
Il rischio, altrimenti, sarebbe quello di riprodurre proprio ciò che vorrei mettere in discussione: la necessità di stabilire chi ha ragione, chi è migliore, chi merita approvazione.
Voglio, invece, recuperare uno spazio nel quale la mia attenzione non sia continuamente sollecitata, la mia sensibilità non venga esposta a ogni conflitto disponibile e il mio tempo possa tornare a essere qualcosa che scelgo come impiegare.
Voglio provare a distinguere ciò che merita una mia partecipazione reale da ciò che mi offre soltanto l’illusione di essere partecipe.
Perché essere informati non significa necessariamente essere consapevoli. E assistere a tutto non significa essere presenti.
La mia rivoluzione, per il momento, consiste nel sottrarmi a un’abitudine che non sento più mia. Nel rinunciare a un luogo di esposizione continua per provare a ritrovare luoghi di incontro, pensiero e azione.
Non è una fuga dal mondo.
Almeno, non è questo che desidero che diventi.
Dallo schermo alla piazza: quando la partecipazione torna a essere reale
Fortunatamente, nelle settimane successive, ho visto emergere anche qualcosa di diverso.
Sono partite proteste reali, manifestazioni che hanno riportato al centro questioni del nostro panorama politico e sociale. Persone che si sono incontrate, hanno occupato uno spazio pubblico, hanno espresso dissenso e hanno cercato una forma collettiva per dare voce a un disagio.
Non penso che ogni manifestazione sia necessariamente consapevole, condivisibile o immune da contraddizioni. E non penso che il fatto di scendere in piazza garantisca, da solo, una trasformazione politica.
Ma c’è una differenza fondamentale tra osservare il mondo attraverso uno schermo e assumersi il rischio di esserci fisicamente.
La piazza implica una presenza. Richiede di uscire dal proprio spazio individuale, incontrare persone che non conosciamo, misurarci con corpi, voci e posizioni differenti. Ci obbliga, almeno potenzialmente, a fare esperienza di una collettività che non coincide con la somma delle nostre opinioni.
Il sociologo Alberto Melucci, in Challenging Codes (1996), ha studiato i movimenti sociali contemporanei, mettendo in evidenza l’importanza dei processi attraverso cui gli attori collettivi costruiscono significati condivisi e riconoscono la propria capacità di agire insieme.
Un movimento non nasce soltanto perché molte persone provano disagio. Prende forma quando quel disagio può essere riconosciuto, interpretato e trasformato in un’esperienza collettiva.
Anche i social network possono contribuire a questi processi: facilitano la circolazione delle informazioni, rendono visibili le mobilitazioni e aiutano le persone a organizzarsi. La distinzione, dunque, non è tra una tecnologia necessariamente cattiva e una piazza necessariamente buona. È tra differenti possibilità di utilizzare gli strumenti, costruire relazioni e trasformare un sentimento individuale in un’azione condivisa.
Ciò che mi interessa è proprio questo passaggio: dal consumo del disagio alla sua elaborazione, dalla reazione alla partecipazione, dall’indignazione individuale alla possibilità di riconoscersi in una questione comune.
È qui che intravedo una presa di coscienza collettiva.
Una presa di coscienza che non va idealizzata, perché ogni mobilitazione è attraversata da tensioni, ambivalenze e contraddizioni. Ma che, quando si verifica, interrompe almeno per un momento quella sensazione di immobilità che mi ha accompagnata davanti alla pompa di benzina e, subito dopo, davanti allo schermo del telefono.
Perché non è vero che siamo condannati a limitarci a guardare.
Possiamo ancora incontrarci, organizzarci, dissentire e provare a incidere sulla realtà.
E forse proprio questa possibilità rende più evidente la povertà di certe forme di partecipazione digitale: non perché siano tutte inutili, ma perché rischiano di diventare un sostituto dell’azione, un modo per scaricare un’emozione senza trasformarla in una scelta.
La violenza non si comprende attraverso una semplice etichetta
Le manifestazioni di Milano, segnate anche da episodi di violenza, pongono una questione che merita attenzione e rigore.
La violenza va riconosciuta, descritta e valutata nei suoi comportamenti concreti. Non dovrebbe essere minimizzata quando viene esercitata da chi ci è politicamente vicino, né ingigantita o interpretata arbitrariamente quando proviene da chi sentiamo distante.
Allo stesso tempo, non credo che sia corretto spiegare automaticamente la violenza di una manifestazione attraverso la violenza di genere soltanto perché tra i partecipanti prevalgono ragazzi e uomini.
La presenza maggioritaria di giovani maschi, da sola, non dimostra che un episodio di violenza collettiva sia espressione di violenza di genere. Per sostenere una simile interpretazione occorre considerare i comportamenti, i bersagli, le motivazioni, il contesto e le dinamiche effettivamente osservabili.
Questo non significa negare il ruolo che le costruzioni sociali della maschilità possono avere nell’espressione dell’aggressività. Significa evitare che una questione complessa venga ridotta a una spiegazione automatica.
La violenza di genere è un fenomeno reale e strutturale, che merita di essere affrontato con strumenti adeguati. Ma non ogni violenza è, per definizione, violenza di genere. Confondere i due piani non aiuta a comprendere né l’una né l’altra.
Allo stesso modo, riconoscere che una protesta possa esprimere una presa di coscienza collettiva non significa approvare ogni comportamento che si verifica al suo interno. Una mobilitazione può contenere istanze politiche significative e, contemporaneamente, episodi di violenza da condannare. Le due cose non si escludono.
È proprio questa capacità di tenere insieme elementi contraddittori che mi sembra mancare sempre più spesso nel dibattito pubblico.
Vogliamo interpretazioni immediate, categorie nette, spiegazioni che ci consentano di decidere rapidamente da che parte stare. Ma la comprensione richiede tempo. Richiede di tollerare l’incertezza, distinguere i fatti dalle interpretazioni e rinunciare, almeno per un momento, alla soddisfazione di avere già trovato una risposta.
Anche questa è una questione relazionale: riuscire a rimanere in contatto con una realtà che non conferma immediatamente le nostre convinzioni, senza doverla ridurre a una caricatura.
La mia critica non riguarda, quindi, la necessità di condannare la violenza. Riguarda il rischio di utilizzare un’etichetta come scorciatoia interpretativa, perdendo di vista le ragioni sociali, politiche ed economiche che possono alimentare il conflitto.
Per comprendere ciò che accade nelle piazze dobbiamo guardare alle piazze, alle loro rivendicazioni, alle loro contraddizioni e alle condizioni nelle quali nascono.
Non possiamo sostituire questa operazione con un giudizio formulato a distanza.
Il paradosso degli adulti: giudicare una ragazza, ignorare il mondo
Ed è qui che torno a quella fotografia.
Perché mentre cerco di comprendere che cosa stia accadendo nel nostro panorama sociale e politico, mentre mi interrogo sul disagio collettivo, sulle proteste, sulle disuguaglianze e sulla difficoltà di immaginare un futuro diverso, mi ritrovo a pensare che una parte dell’energia degli adulti venga ancora impiegata per insultare una ragazza di diciannove anni.
Una ragazza vestita in modo impeccabile al matrimonio della madre.
Mi colpisce il contrasto. Da una parte, la fatica di vivere in una società attraversata da tensioni profonde, nella quale il costo della vita, le disuguaglianze e la sfiducia nelle istituzioni sono questioni concrete. Dall’altra, la disponibilità di tante persone a trasformare una fotografia in un’occasione per esercitare il proprio disprezzo.
Non intendo stabilire una gerarchia tra i problemi sociali e il diritto di una giovane donna a non essere insultata. Sono questioni differenti, entrambe meritevoli di attenzione.
Mi domando, piuttosto, che cosa ci porti a investire tanto tempo ed energia nel giudizio sull’altro, mentre fatichiamo a trovare forme efficaci di partecipazione ai problemi che ci riguardano collettivamente.
Forse il giudizio offre una gratificazione immediata. Ci permette di sentirci dalla parte giusta, di stabilire una distanza tra noi e chi osserviamo, di trasformare un disagio indistinto in una condanna precisa. Forse, in alcuni casi, la vita pubblica digitale rende più facile attaccare una persona visibile che interrogarsi su questioni complesse, rispetto alle quali non abbiamo risposte semplici.
Ma non possiamo sapere se sia questa la motivazione di ciascuno di quei commentatori. Possiamo soltanto riconoscere la sproporzione tra ciò che vediamo — una fotografia — e ciò che ci sentiamo autorizzati a dire.
E possiamo domandarci quale idea della relazione sostenga questa sproporzione.
Una relazione nella quale l’altro deve continuamente giustificarsi, essere valutato, corrispondere a un’aspettativa. Una relazione nella quale l’esposizione pubblica sembra comportare la rinuncia alla propria vulnerabilità. Una relazione nella quale la visibilità viene scambiata per disponibilità a essere feriti.
La giovane donna diventa così il supporto di un giudizio collettivo. Non importa che cosa pensi, che cosa provi, che cosa significhi per lei quel giorno. La sua immagine è sufficiente.
E gli adulti che la insultano sembrano dimenticare qualcosa di elementare: che anche una persona pubblica, anche una persona privilegiata, anche una ragazza che appare bella, elegante o sicura di sé rimane una persona.
Non è necessario idealizzarla. Non è necessario ammirarla. Non è necessario condividere il suo stile di vita.
È sufficiente riconoscerle la stessa dignità che vorremmo fosse riconosciuta a noi.
Mi sembra che, qualche volta, sia proprio questa la parte più difficile della vita collettiva: riconoscere l’altro come soggetto, anziché utilizzarlo come superficie sulla quale depositare il nostro malessere.
Una rivoluzione personale, non una soluzione universale
Non so se cancellare i social cambierà davvero qualcosa nel mio modo di stare al mondo. Lo scoprirò nel tempo.
So, però, che la decisione è nata da un’esperienza concreta. Da un prezzo alla pompa di benzina che mi ha ricordato quanto sia diventata faticosa la quotidianità. Da uno schermo aperto quasi automaticamente. Da una fotografia e da una sequenza di commenti che mi hanno costretta a fermarmi.
A volte, le decisioni personali nascono così: non da una teoria che abbiamo elaborato a lungo, ma da un momento nel quale qualcosa che abbiamo sempre considerato normale smette improvvisamente di sembrarlo.
Per me è successo allora.
Ho sentito che non volevo più limitarmi a osservare il mondo attraverso un dispositivo che mi restituiva continuamente immagini, conflitti e giudizi, senza che questa esposizione producesse necessariamente una maggiore capacità di agire.
Ho sentito il bisogno di sottrarmi a una forma di partecipazione che rischiava di diventare soltanto abitudine.
E ho scelto di provare a fare spazio ad altro.
Non credo che la soluzione consista nel cancellare tutti i social, né che chi li utilizza sia necessariamente meno consapevole di chi decide di abbandonarli. Sarebbe una conclusione troppo facile e, in fondo, poco relazionale: sostituire una contrapposizione con un’altra, dividere il mondo tra chi ha capito e chi non ha capito.
La mia è una rivoluzione personale. Ha a che fare con il mio modo di abitare il tempo, con la qualità dell’attenzione che desidero dedicare agli altri, con il bisogno di non confondere la visibilità con la presenza e il giudizio con la comprensione.
Ma ha anche a che fare con una domanda più ampia: che cosa significa, oggi, essere adulti?
Forse significa anche assumersi la responsabilità del modo in cui utilizziamo la nostra libertà. Riconoscere che il fatto di poter dire qualcosa non ci obbliga a dirla, e che la possibilità di esprimere un giudizio non coincide con la necessità di formularlo.
Significa imparare a tollerare la differenza senza trasformarla immediatamente in un attacco. Significa distinguere il dissenso dal disprezzo, la critica dall’umiliazione, la partecipazione dall’esibizione.
E significa, soprattutto, provare a trasformare il disagio in qualcosa che abbia un effetto sulla realtà.
Le proteste, le mobilitazioni e le esperienze collettive possono essere luoghi nei quali questa trasformazione prende forma, pur con tutte le loro contraddizioni. Non perché la piazza sia immune dalla violenza o dall’irrazionalità, ma perché può restituirci l’esperienza di un agire condiviso, la possibilità di riconoscere che i problemi individuali non sono sempre soltanto individuali.
Forse è questo che vorrei recuperare: non un mondo privo di conflitti, ma un modo diverso di attraversarli.
Un mondo nel quale l’energia impiegata per umiliare una ragazza possa lasciare spazio alla curiosità per ciò che accade intorno a noi. Nel quale la rabbia non venga soltanto scaricata, ma possa essere interrogata e trasformata. Nel quale la possibilità di parlare non sostituisca la responsabilità di ascoltare.
Un mondo, insomma, nel quale tornare a incontrarsi sia più importante che continuare a guardarsi.
Per questo ho cancellato i miei social.
Non per sottrarmi alla realtà, ma per provare a tornarci.
E forse, ripensandoci, la cosa che mi ha colpita di più non è stata neppure la cattiveria di quei commenti. È stato il contrasto tra la gravità delle questioni che attraversano le nostre vite e la facilità con cui riusciamo a concentrare la nostra attenzione su una ragazza da giudicare.
Avevo appena fatto il pieno a 2,44 euro al litro. Poco dopo, mi sono trovata davanti a una piccola folla di adulti impegnati a insultare una diciannovenne.
Tra quelle due immagini ho riconosciuto qualcosa che non volevo più considerare normale.
E ho deciso di cominciare da me.

E’ bellissimo e denso quello che hai scritto.
Ho annuito per tutto il tempo, sposo la tua posizione e mi piace tanto che tu metta in luce quanto, la tua, non sia il taglio di chi pensa che, così, potrà dirsi migliore di altri, tutt’altro. Mi arriva come un tentativo personale di provare a tornare a sentire, rimanere ancorata alla realtà tangibile e concreta, quella più complessa da abitare perché implica il rimanere, il conflitto, la tridimensionalità, lo spazio dell’incontro e della scomodità relazionale.
Grazie, Alice, perché hai mosso riflessioni dentro di me e sono molto felice di averti incontrata, appunto attraverso una finestra social che può e deve diventare ponte di avvicinamento da me a te e così via in un armonioso circolo virtuoso.
Un saluto affettuoso e la mia stima con te.
Cara Chiara, grazie per avermi letta, per aver compreso. Ti voglio bene 🙂