Ci sono momenti nella pratica clinica in cui la vita della terapeuta irrompe nel campo terapeutico come dato di fatto. Un fatto che il paziente vede, sente, deve in qualche modo elaborare.
La gravidanza è uno di questi momenti: la maternità della terapeuta costringe paziente e terapeuta a rinegoziare tutto. Presenza, disponibilità, esclusività del legame, i limiti di ciò che possiamo essere l’uno per l’altra.
Il terzo che non era previsto
In psicoanalisi parliamo spesso di “terzo”. Il padre come funzione che rompe la diade madre-bambino. Il linguaggio come struttura che media il desiderio. La legge simbolica che introduce la differenza. Ma c’è un terzo molto più concreto, molto più ingombrante (come la pancia della terapeuta): un bambino che sta per nascere.
Per il paziente, quel bambino non è mai solo un bambino: è un rivale, un fratello, un intruso, una prova che la terapeuta ha una vita altrove. A volte è persino un oggetto di tenerezza autentica, di gioia partecipata — e anche questo va pensato, perché la gioia del paziente per la gravidanza della terapeuta non è mai solo gioia.
Questo è il transfert al lavoro. Non come distorsione del presente, ma come modo in cui il presente viene abitato. E ricordo sempre che il presente è sempre abitato dalle mappe affettive che ci siamo costruiti.
Prima della pancia: costruire uno spazio interno
C’è un lavoro che precede la comunicazione, un lavoro silenzioso e interno che riguarda la terapeuta prima ancora che i pazienti.
Comunicare una gravidanza non è dare un’informazione pratica (“Ci sarà una pausa, ci organizziamo così”). È introdurre un fatto che avrà risonanze diverse in ogni relazione terapeutica. E la terapeuta deve aver costruito, dentro di sé, uno spazio di pensabilità per quelle risonanze.
Cosa succederà quando Marco, che mi ha scelto perché non assomiglio a sua madre, vedrà che divento madre anch’io?
Cosa si muoverà in Sara, che lotta da anni con l’infertilità?
E in Luca, undici anni, che viene da una famiglia in cui i bambini sono stati sistematicamente non visti?
Ogni paziente riceverà quella notizia dentro la propria storia e non ho potuto prevedere tutto, ma ho potuto arrivarci avendo già iniziato a pensare anche grazie alla supervisione professionale.
I lapsus della separazione
Molto prima della pausa effettiva, il campo terapeutico comincia a parlare dell’assenza.
Compaiono dimenticanze, ritardi, confusioni di orario o appuntamenti mancati proprio da pazienti che non avevano mai mancato nulla. Un paziente molto preciso dimenticò le nostre sedute ripetutamente e arrivò trafelato, scusandosi. “Non mi era mai successo in tre anni”, disse. Lo interpretai, restai con lui nella perplessità e significammo insieme l’imminente separazione per via della maternità.
I lapsus non sono errori da correggere. Non sono nemmeno simboli da decifrare come rebus. Sono comunicazioni relazionali. Dicono qualcosa di ciò che si muove nel campo prima che le parole riescano a dirlo.
Il mito del terapeuta sempre uguale
Esiste un’immagine implicita — a volte nei pazienti, a volte nei terapeuti stessi — della figura terapeutica come qualcuno che non cambia. Sempre presente, sempre disponibile, sempre uguale a sé stesso. Un oggetto stabile contro cui il paziente può proiettare, transferire, lavorare.
La gravidanza manda in crisi questo mito: la terapeuta ha visite mediche, ha giorni di stanchezza, ha nausea, sposta sedute. A un certo punto avrà una pancia che occupa spazio nella stanza, visibile, impossibile da ignorare. Il corpo della terapeuta diventa presente in un modo nuovo, e con il corpo, la sua vita reale, la sua esistenza altrove: il fatto che la stanza di terapia non è il suo unico mondo.
Per alcuni pazienti questo è devastante. Per altri, sorprendentemente, è un sollievo.
Un adolescente mi disse, guardandomi la pancia: “Allora sei una persona normale.” C’era della tenerezza, in quella frase. E forse anche il permesso che si stava dando di essere, lui stesso, una persona normale. Con bisogni, limiti, un corpo.
Il bambino del mercoledì
Devo parlare di quello che succede anche nella terapeuta. Perché la clinica relazionale ci ha insegnato che non siamo osservatori esterni. Partecipiamo al campo. Ne siamo modificati.
Ho un piccolo paziente che viene ogni mercoledì. Durante la pausa per il congedo, il mercoledì mattina mi ha mandato un breve messaggio, non chiedeva nulla. Ha voluto credo, che il mercoledì continuasse a esistere.
Quello che ho sentito io, ricevendo quei messaggi, è stato complesso. Tenerezza, certo. Ma anche qualcosa che somigliava alla commozione. E insieme, una domanda: cosa significa restare presente per un paziente quando sono fisicamente assente? Cosa significa essere madre di una bambina appena nata e continuare a portare dentro lo sguardo di un bambino che mi aspetta?
Questo è il controtransfert: strumento di conoscenza con le mie risonanze che mi dicono qualcosa della relazione che vanno ascoltate.
I regali come negoziazione
Durante la gravidanza possono comparire doni: oggetti per il bambino, biglietti, piccole cose scelte con cura. e si sa… i regali in terapia non sono mai semplici!
Una paziente mi portò un body per neonata rosa, con una stampa di animaletti. Era commossa mentre me lo dava. Era anche — lo capimmo dopo — profondamente arrabbiata. Il regalo era un tentativo di partecipare a qualcosa da cui si sentiva esclusa. Un modo per entrare nella mia vita “di là”, quella vita che la gravidanza aveva reso impossibile da ignorare.
Accogliere un regalo non significa dire sì o no. Significa interrogarsi insieme sul suo significato. Cosa sta dicendo questo gesto, dentro questa relazione, in questo momento?
I confini, in questi casi, non servono a tenere il paziente a distanza, servono a rendere pensabile ciò che sta accadendo, a trasformare un agito in qualcosa che può essere pensato e parlato.
I saluti: ogni attaccamento ha il suo stile
C’è chi vuole parlare della pausa mesi prima. Chi la ignora fino all’ultima seduta. Chi fa domande pratiche sulla sostituzione, sul ritorno, sulle date. Chi si arrabbia e non sa perché. Chi porta regali. Chi sembra non sentire nulla.
Ogni modalità racconta qualcosa dello stile di attaccamento di quella persona. Del suo modo di attraversare le separazioni. Di come ha imparato, nella sua storia, a gestire la partenza di qualcuno di importante.
I saluti non sono una formalità anzi sono momenti clinici centrali perché permettono di fare esperienza di una separazione che non è una rottura. Di una distanza che non è un abbandono. Di un’assenza che può essere abitata.
Non sempre il paziente ci riesce. Non sempre ci riusciamo noi. Ma la possibilità è lì, e va costruita insieme.
La continuità nell’assenza
Forse questo è l’insegnamento più importante che la maternità della terapeuta può offrire alla relazione terapeutica: le sedute si interrompono ma il legame non si spegne come un interruttore.
Esiste una continuità che vive anche nell’assenza. Uno spazio interno in cui il paziente continua a pensare, a sognare, a ricordare, a dimenticare. In cui il lavoro terapeutico prosegue in forme meno visibili ma non meno reali. È un fatto clinico.
Quella bambina che conta i giorni. Quel paziente che sogna la terapeuta. Quell’altro che si arrabbia con tutti e solo dopo capisce che era arrabbiato con me. Sono tutti modi in cui la relazione continua a esistere, anche quando la stanza è vuota.
E forse è proprio questo che una terapia, nel tempo, costruisce: la capacità di portare dentro di sé la relazione, di farla vivere anche quando l’altro non c’è e di scoprire che l’assenza non è solo vuoto — può essere anche spazio.
Viviamo in un tempo che fatica con l’attesa. Che vuole tutto subito, sempre disponibile, on demand. La pausa terapeutica, in questo senso, è quasi una sfida culturale. Eppure è lì, nella pausa, che si vede cosa è stato costruito. Se il legame regge la distanza. Se l’altro può esistere dentro di noi anche quando non è presente.
La maternità della terapeuta allora diviene un’occasione clinica, un momento in cui tutto ciò che di solito resta implicito — la presenza, l’esclusività, i limiti, la separazione — diventa esplicito, visibile, inevitabile.
E quindi, finalmente, pensabile.
PS: tutti i nomi presenti nell’articolo sono di fantasia, così come le vignette cliniche sono ispirate a fatti reali.
