Cosa può (e non può fare) la psicoterapia

Quando una persona inizia una psicoterapia, porta con sé – esplicitamente o implicitamente – una domanda: “Cosa può fare per me questa terapia?”

Ma ogni domanda consapevole ne contiene un’altra, più nascosta: “Cosa posso permettere che accada qui dentro?”

Dentro queste domande vive un’aspettativa potente e insieme una paura. La psicoterapia viene spesso investita di un potere che oscilla tra due estremi: o può tutto, o non può nulla. O salva, o delude.

In realtà, il suo lavoro avviene in uno spazio molto più sottile e comprendere cosa può e cosa non può fare la psicoterapia significa allora entrare nel cuore della relazione terapeutica: uno spazio asimmetrico ma reciproco, trasformativo ma limitato, potente ma non onnipotente.

Cosa può fare la psicoterapia

1. Può trasformare il modo in cui viviamo le relazioni

La psicoterapia non cambia il passato e certamente non cancella ciò che è stato. Può però modificare il modo in cui quel passato continua ad organizzare il presente.

Nel modello psicoanalitico relazionale, il sintomo non è solo un disturbo da eliminare, ma una modalità relazionale interiorizzata. È un modo di stare con l’altro, con sé stessi, con il desiderio e con il conflitto.

La relazione terapeutica diventa allora un laboratorio vivo in cui queste configurazioni si ripresentano – nel transfert, nel controtransfert, nei silenzi, nelle attese – e possono essere riconosciute e lentamente trasformate.

La terapia può offrire un’esperienza relazionale diversa da quelle che hanno strutturato la sofferenza. E sia chiaro, non un’esperienza imposta dall’esterno ma costruita insieme.

2. Può aiutare a tollerare il limite

Uno dei movimenti più delicati nella relazione terapeutica riguarda l’oscillazione tra onnipotenza e impotenza.

Il paziente può attribuire al terapeuta un potere salvifico: “Lei mi deve far stare bene.”

Il terapeuta, se non vigile, può sentirsi chiamato a rispondere a questa richiesta, scivolando nella fantasia di dover guarire, risolvere, riparare. La psicoterapia può funzionare solo quando entrambi attraversano questa dinamica senza restarne intrappolati. Il terapeuta non è onnipotente e non è nemmeno impotente: può offrire presenza, pensabilità, continuità. Non può vivere al posto dell’altro. L’accettazione del limite è la condizione che rende possibile una trasformazione autentica.

3. Può creare uno spazio di attesa in un tempo che non sa attendere

Viviamo in un’epoca dominata dall’urgenza: risposte immediate, risultati rapidi, soluzioni veloci.

La psicoterapia introduce un tempo diverso: il tempo dell’ elaborazione in cui il primo effetto spesso non è il cambiamento, ma l’attesa. Un’attesa che non è passività, bensì maturazione.

Il timing della terapia non è imposto dal terapeuta, né deciso razionalmente dal paziente. È il risultato di un processo intersoggettivo: qualcosa può essere pensato solo quando la relazione lo rende tollerabile.

La psicoterapia può offrire questo tempo e non può forzarlo.

4. Può diventare trasformativa o restare supportiva

Ogni percorso terapeutico prende forma anche in base a una scelta spesso del tutto inconscia dei pazienti: alcuni utilizzano la terapia come spazio supportivo: cercano stabilizzazione, contenimento, regolazione emotiva. È un uso legittimo, spesso necessario.

Altri, in momenti diversi della vita, possono permettersi un uso trasformativo: mettere in discussione assetti profondi, fantasie identitarie, organizzazioni difensive radicate.

Non è il terapeuta a decidere questo passaggio che può proporre, esplorare, attendere.

Ma il movimento verso una trasformazione strutturale avviene solo quando il soggetto è pronto a rinunciare a qualcosa di sé che, pur doloroso, garantiva un equilibrio.

Cosa non può fare la psicoterapia

1. Non può eliminare la condizione umana

La sofferenza non è solo patologia, è parte dell’esperienza di esistere.

La psicoterapia non elimina il conflitto, la perdita, il limite, l’ambivalenza e non rende immuni dal dolore.

Può però aiutare a viverli con maggiore integrazione e minore frammentazione.

2. Non può sostituirsi alla responsabilità del soggetto

Il terapeuta può comprendere, interpretare, sostenere.

Non può decidere al posto del paziente, non può scegliere le sue relazioni, non può garantire che non soffrirà più. Ogni cambiamento reale comporta un’assunzione di responsabilità che nessuna tecnica può aggirare.

3. Non è una relazione simmetrica

La relazione terapeutica è profondamente umana, ma non è paritaria.

È strutturalmente asimmetrica: il terapeuta ha una funzione, una responsabilità etica e clinica, un assetto di ascolto che include anche l’osservazione del proprio controtransfert.

Questa asimmetria non è gerarchia bensì funge da cornice al percorso psicoterapico.

Confondere la terapia con una relazione amicale o con uno spazio di reciproca confidenza simmetrica snatura il processo.

La psicoterapia può essere intima ma non è una reciprocità tra pari.

Allora, cosa può davvero fare la psicoterapia?

Può offrire un’esperienza relazionale sufficientemente sicura in cui: le modalità ripetitive che ci fanno soffrire diventano riconoscibili, il desiderio può emergere senza essere immediatamente censurato, il limite può essere tollerato senza crollare nell’impotenza, il tempo può sostituire l’urgenza. Può aiutare a tollerare l’idea che non esiste una soluzione definitiva, ma esiste una maggiore integrazione.

Offre qualcosa di più realistico e, per questo, più profondo: la possibilità di diventare progressivamente più autori della propria esperienza.

Bibliografia:

https://www.francoangeli.it/Libro/Essere-e-divenire?Id=22420

https://www.bollatiboringhieri.it/libri/stephen-mitchell-lesperienza-della-psicoanalisi-9788833955773