Cosa succede davvero nel primo colloquio psicologico

Il primo colloquio psicologico rappresenta un momento delicato e denso di significato. Spesso il paziente arriva con una domanda implicita o esplicita, a volte formulata con chiarezza, altre volte ancora confusa, trattenuta, o persino sconosciuta a sé stesso.

Contrariamente a quanto si può immaginare, il primo incontro non coincide automaticamente con l’inizio della psicoterapia: è, prima di tutto, uno spazio di ascolto della domanda.

Non solo di ciò che il paziente chiede, ma anche di perché lo chiede proprio ora.

La domanda del paziente: perché ora?

Ogni richiesta di aiuto ha una sua temporalità.

Due persone possono portare lo stesso sintomo, ma in momenti completamente diversi della loro vita, e questo cambia radicalmente il significato della domanda.

Una separazione avvenuta mesi prima, un lutto apparentemente elaborato, un attacco di panico improvviso, una difficoltà lavorativa: ciò che orienta il lavoro clinico non è solo l’evento in sé, ma il momento in cui il soggetto decide di rivolgersi a qualcuno.

La domanda, quindi, non è mai solo:

“Sto male.”

È sempre, più profondamente:

“Perché questo malessere è diventato, proprio ora, qualcosa che non posso più affrontare da solo?”

Questa è una delle prime dimensioni che il terapeuta ascolta.

La conoscenza reciproca: il primo incontro è uno spazio condiviso

Il primo colloquio è anche un momento di conoscenza reciproca. Il terapeuta raccoglierà alcune informazioni fondamentali, tra cui: la storia personale e familiare (anamnesi), la natura dei sintomi, il loro esordio, le eventuali esperienze terapeutiche precedenti, il funzionamento attuale nella vita affettiva, lavorativa e relazionale.

Ma allo stesso tempo, anche il paziente può fare domande. Può chiedere, ad esempio: la formazione del terapeuta, l’orientamento teorico, gli anni di esperienza, le modalità di lavoro.

Questo aspetto è essenziale. La psicoterapia è, prima di tutto, un incontro tra due persone.

E ogni paziente ha il diritto di comprendere a chi sta affidando una parte così delicata della propria esperienza.

L’ascolto del terapeuta: molto più delle parole

Durante il primo colloquio, il terapeuta si trova in una posizione di ascolto particolarmente attenta. Ascolta certamente ciò che viene detto. Ma ascolta anche ciò che non viene detto. Presta attenzione a: il tono della voce, le pause, le esitazioni, i silenzi, lo sguardo, la postura.

La comunicazione umana è sempre più ampia delle parole che utilizza.

Ma c’è un ulteriore livello di ascolto, più sottile e spesso meno conosciuto: l’ascolto del proprio controtransfert.

Il controtransfert riguarda ciò che il terapeuta sente internamente nella relazione con quel paziente.

Emozioni, immagini, sensazioni corporee, stati d’animo che emergono nell’incontro e che rappresentano una fonte preziosa di comprensione.

Questi elementi, insieme ai dati clinici e alla domanda del paziente, contribuiscono a orientare una prima valutazione sulla possibilità di avviare un percorso terapeutico.

Il consenso informato e i colloqui iniziali di valutazione

Al termine del primo colloquio, quasi mai viene presa una decisione immediata.

Spesso sono necessari alcuni incontri iniziali di consultazione, proprio per comprendere la fattibilità del percorso. In questa fase si costruiscono le basi del lavoro:

  • si definiscono le modalità,
  • si chiariscono gli aspetti etici e clinici,
  • viene presentato il consenso informato.

Può anche accadere che il terapeuta ritenga più utile proporre un invio a un collega, qualora ritenga che un altro professionista possa essere più indicato per quel tipo di richiesta come atto di responsabilità clinica.

L’ingresso in uno stato nuovo: il tempo dell’attesa e della pensabilità

Esiste un aspetto del primo colloquio di cui si parla meno, ma che rappresenta a mio avviso uno dei suoi effetti più profondi. Il paziente entra in uno stato nuovo: lo stato dell’attesa e della pensabilità.

In un tempo storico dominato dall’urgenza e dall’immediatezza, il primo colloquio introduce una dimensione diversa: la dimensione in cui non c’è fretta.

Non tutto deve essere compreso subito. Non tutto deve cambiare immediatamente: questo tempo, apparentemente sospeso, è già parte del processo terapeutico perché consente qualcosa che spesso, fino a quel momento, non è stato possibile: iniziare a pensare la propria esperienza, invece di subirla soltanto.

L’inizio possibile di una trasformazione

Dalla mia esperienza clinica, il primo colloquio non è mai soltanto un momento di raccolta di informazioni. È un passaggio, a volte impercettibile ,ma significativo.

È il momento in cui una sofferenza privata, spesso vissuta in solitudine, trova per la prima volta uno spazio condiviso. Non sempre questo conduce a una psicoterapia. Ma introduce qualcosa di nuovo: la possibilità di essere ascoltati.

E, soprattutto, la possibilità per la prima volta di iniziare ad ascoltarsi.