Vita quotidiana e sofferenza contemporanea: quando il disagio nasce dal non poter essere sé stessi

Questo articolo nasce da una riflessione che mi sono posta in questi ultimi mesi di terapia. Infatti sempre più pazienti arrivano in terapia con una sensazione difficile da definire. Non sempre si tratta di sintomi eclatanti. Spesso parlano di stanchezza esistenziale, vuoto, senso di inadeguatezza, perdita di direzione.

La domanda che emerge non è più soltanto: “Perché soffro?”
Ma piuttosto: “Perché, pur funzionando, non mi sento vivo?”

La sofferenza contemporanea si manifesta dentro vite apparentemente riuscite. È proprio questa discrepanza tra funzionamento e senso soggettivo a renderla particolarmente difficile da riconoscere.

Come osserva Miguel Benasayag, la sofferenza attuale non riguarda soltanto ciò che accade, ma il modo in cui il soggetto è costretto a esistere nel mondo.

La richiesta contemporanea: adattarsi invece che esistere

A mio parere uno degli elementi centrali della sofferenza contemporanea è la pressione costante all’adattamento.

La nostra epoca valorizza la flessibilità, la performance, la capacità di cambiare rapidamente. Queste qualità, in apparenza positive, nascondono spesso un prezzo psicologico elevato.

Molte persone imparano precocemente ad adattarsi alle aspettative, funzionare bene nei contesti richiesti e rispondere in modo adeguato alle richieste esterne.

Ma questo adattamento può avvenire a scapito del contatto con la propria interiorità.

Come sottolinea Benasayag, si sviluppa progressivamente una condizione in cui il soggetto diventa competente nel mondo, ma estraneo a se stesso.

Non si tratta di incapacità: si tratta di una distanza crescente tra il sé vissuto e il sé richiesto.

“Non essere come sei”: la radice invisibile del disagio

Una delle ingiunzioni più potenti che emerge dalla clinica contemporanea potrebbe essere sintetizzata così: Non essere come sei.

Questo imperativo non viene necessariamente espresso in modo esplicito. Spesso è implicito nelle aspettative familiari, sociali, culturali.

Il soggetto impara che alcune parti di sé: sono inadeguate, non funzionano e non sono accettabili.

Di conseguenza, inizia a costruire un funzionamento basato sull’adattamento, piuttosto che sull’autenticità.

Il prezzo di questo processo è elevato.

Perché, come evidenzia Benasayag, quando la fragilità non può essere vissuta e pensata, si trasforma in sofferenza muta.

Il paradosso contemporaneo: funzionare ma non sentirsi vivi

Molti pazienti non presentano necessariamente sintomi invalidanti: lavorano, studiano e hanno relazioni più o meno stabili. Eppure descrivono una sensazione persistente di:

  • estraneità,
  • vuoto,
  • mancanza di significato.

Questo paradosso rappresenta uno degli aspetti più caratteristici della sofferenza attuale. Non si tratta di non funzionare. Si tratta di funzionare senza sentirsi esistere davvero.

La perdita del contatto con la propria esperienza interna

Quando il soggetto è costretto a mantenere un adattamento costante, può verificarsi una progressiva perdita di contatto con la propria esperienza emotiva. Le emozioni diventano difficili da riconoscere, difficili da nominare e difficili da sentire.

Questo fenomeno è spesso il risultato di un ambiente che privilegia la prestazione rispetto all’esperienza.

La sofferenza contemporanea, quindi, non nasce solo dal trauma o dal conflitto, ma anche dalla progressiva riduzione dello spazio interno del soggetto.

Il sintomo come tentativo di esistere

In questa prospettiva, il sintomo assume un significato diverso. Non è soltanto qualcosa da eliminare.

È spesso un tentativo del soggetto di: segnalare una frattura interna, esprimere una parte non riconosciuta e recuperare un contatto con sé stesso.

Il sintomo diventa, paradossalmente, un segno di vitalità psichica.

Un modo attraverso cui il soggetto tenta di esistere, laddove il funzionamento adattivo ha preso il sopravvento.

La terapia come spazio di riappropriazione del sé

Il lavoro terapeutico, in questo contesto, non consiste semplicemente nel ridurre i sintomi.

Consiste nel creare uno spazio in cui la persona possa progressivamente: riconoscersi, ascoltarsi, esistere senza dover performare.

Come sottolinea la prospettiva psicoanalitica contemporanea, il cambiamento non avviene attraverso l’adattamento, ma attraverso la possibilità di diventare presenti a sé stessi e questo processo richiede tempo, richiede la relazione con un attaccamento sufficientemente sicuro con sé stessi e richiede un luogo in cui il soggetto non debba essere diverso da ciò che è.

La sofferenza contemporanea come richiesta di autenticità

La sofferenza contemporanea non è semplicemente un malfunzionamento, è spesso una richiesta di esistere in modo più autentico.

In un mondo che spinge costantemente verso l’adattamento, la vera sfida psicologica diventa recuperare la possibilità di abitare la propria esperienza. Non si tratta di funzionare meglio, si tratta di tornare a sentirsi vivi dentro la propria vita.

Bibliografia:

https://www.feltrinellieditore.it/opera/oltre-le-passioni-tristi