Cinema come spazio simbolico: quando una storia ci riguarda davvero

La notizia della scomparsa dell’attore James Van Der Beek, protagonista di Dawson’s Creek, ha riattivato qualcosa che non riguarda solo il ricordo di una serie televisiva. Per molti della mia generazione, quella storia è stata un pezzo di adolescenza.

Lo ammetto: ha contribuito anche alla mia formazione sentimentale, facendomi diventare un’incurabile romanticona. Ma al di là dell’ironia, resta una domanda clinicamente interessante: perché alcune storie ci segnano così profondamente?

Cosa accade, dal punto di vista psicologico e neurobiologico, quando una narrazione cinematografica o televisiva entra a far parte della nostra storia personale?

Cinema e psicologia: lo spazio simbolico dell’esperienza

Il cinema non è solo intrattenimento. In una prospettiva psicodinamica e relazionale, rappresenta uno spazio simbolico: un luogo in cui possiamo sperimentare emozioni, conflitti e desideri in una cornice protetta. Quando guardiamo un film o una serie tv, non stiamo semplicemente osservando immagini in movimento. Stiamo entrando in un campo relazionale mediato, in cui si attivano processi di identificazione, proiezione e risonanza emotiva.

In adolescenza, questo processo è ancora più intenso. L’identità è in costruzione, i modelli relazionali si stanno organizzando, l’idealizzazione dell’amore e dell’amicizia svolge una funzione strutturante. Personaggi come quello interpretato dall’attore scomparso diventano contenitori simbolici di parti di noi: della nostra vulnerabilità, del nostro bisogno di essere scelti, del desiderio di un amore assoluto.

La simulazione incarnata: perché sentiamo le storie nel corpo

Le teorie della simulazione incarnata (embodied simulation), sviluppate in ambito neuroscientifico da Vittorio Gallese e colleghi, offrono una chiave di lettura particolarmente interessante.

Secondo questo modello, comprendiamo le azioni, le emozioni e le intenzioni altrui attraverso il riuso degli stessi circuiti neurali che utilizziamo quando viviamo quelle esperienze in prima persona. L’osservazione di un’azione o di uno stato emotivo attiva nel nostro sistema nervoso configurazioni simili a quelle dell’esperienza diretta. Non guardiamo semplicemente un personaggio soffrire: in una certa misura, simuliamo quella sofferenza. Non assistiamo soltanto a una dichiarazione d’amore: il nostro corpo e il nostro sistema emotivo partecipano a quell’evento. Questo meccanismo, sostenuto anche dalle ricerche sui neuroni specchio, rende il cinema un’esperienza intercorporea. La fruizione filmica non è solo cognitiva, ma profondamente incarnata.

Nel caso di Dawson’s Creek, i dialoghi intensi, le esitazioni, gli sguardi sospesi hanno attivato in molti spettatori una risonanza che andava oltre lo schermo. Quelle storie hanno contribuito a modellare aspettative affettive, ideali romantici, modalità di vivere l’attesa e la delusione.

Identificazione e costruzione dell’identità in adolescenza

L’adolescenza è il tempo dell’idealizzazione e della ricerca di coerenza interna. Le narrazioni seriali offrono una continuità che permette di accompagnare questo processo nel tempo.

Attraverso l’identificazione con i personaggi, possiamo esplorare versioni possibili di noi stessi. Possiamo essere più coraggiosi, più romantici, più drammatici di quanto non osiamo nella vita reale. Questo non rappresenta una fuga dalla realtà, ma una forma di sperimentazione simbolica.

In termini psicoanalitici, potremmo dire che il cinema diventa uno spazio transizionale, in cui il mondo interno e quello esterno si incontrano. Le storie funzionano come mediatori tra il nostro immaginario e la realtà relazionale.

Quando una perdita pubblica diventa un lutto personale

La morte di un attore che ha segnato un’epoca riattiva un’esperienza particolare: non è solo la perdita di una figura pubblica, ma la riemersione di una parte della nostra storia. Piangiamo anche ciò che quella figura rappresentava: un tempo della vita, una versione di noi stessi, un periodo in cui l’amore sembrava assoluto e totalizzante.

Il cinema, in questo senso, è un archivio emotivo. Ogni volta che torniamo a quelle immagini, riattualizziamo configurazioni affettive sedimentate nelle nostre memorie implicite. La simulazione incarnata non si limita al momento della visione: lascia tracce nel modo in cui percepiamo e abitiamo le relazioni.

Quando una storia ci riguarda davvero

Dire “questa storia mi riguarda” significa riconoscere un processo di risonanza profonda. Le narrazioni che ci segnano intercettano strutture affettive già presenti dentro di noi e contribuiscono a organizzarle.

Nel mio caso, quella serie ha legittimato una certa intensità emotiva, una forma di romanticismo forse eccessiva ma autentica. E, come spesso accade, ciò che inizialmente appare ingenuo può diventare, con il tempo, una risorsa: la capacità di sentire in modo profondo, di investire nei legami, di non ridurre le relazioni a pura funzionalità.

Oggi, nel ricordare quell’attore e ciò che ha rappresentato, penso che il modo più rispettoso per omaggiarlo sia riconoscere il valore simbolico di quelle storie. Non semplici prodotti televisivi, ma esperienze intersoggettive che hanno contribuito, in modo silenzioso e incarnato, alla costruzione della nostra identità affettiva.

Bibliografia:

https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/vittorio-gallese-michele-guerra/lo-schermo-empatico-9788860307767-1676.html

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