“La scuola” (1995) di Daniele Luchetti: un microcosmo psicologico in equilibrio tra autorità e innovazione

La campanella suona. È il primo giorno di scuola. Nei corridoi, un ronzio indistinto: voci, risate, paure. Poi, improvvisamente, il silenzio.

Rivedendo il film La scuola di Daniele Luchetti (1995), mi sono ritrovata a osservare non solo una classe, ma un organismo psichico in piena trasformazione. È come se la macchina da presa entrasse in un grande contenitore emotivo: studenti e docenti convivono, si scontrano, si ignorano, si cercano.
Dietro la commedia, c’è un’interrogazione profonda: che cos’è, davvero, la scuola? È un edificio, un’istituzione, un rito sociale… o un corpo vivo, fatto di relazioni, traumi, desideri e conflitti?

E se la guardiamo con lo sguardo della psicoanalisi relazionale, ciò che emerge è un racconto che non appartiene solo agli anni ’90. La scuola di Luchetti, con i suoi soffitti che crollano e le sue voci che ronzano, è ancora qui. Solo che oggi, accanto alle vecchie crepe, ne vediamo di nuove.

Docenti conservatori e “innovatori sociali”: il conflitto come ferita identitari

Nel film, la sala professori diventa un teatro di opposti: da un lato, insegnanti come il vice-preside Sperone, che incarnano l’autorità, la tradizione, la difesa delle regole; dall’altro, figure come il professor Vivaldi, che ancora credono nell’incontro con i ragazzi, nel valore dell’ascolto, nella possibilità di cambiare.

Questa tensione, più che pedagogica, è psichica: riflette due movimenti interni all’istituzione stessa. Da una parte il bisogno di conservare, dall’altra il desiderio di trasformare.

E oggi? La polarità si è amplificata. Digitalizzazione, inclusione, multiculturalità, intelligenza artificiale… la scuola del presente vive un profondo conflitto identitario. Il rischio è che conservatori e innovatori restino chiusi nei propri gusci, incapaci di creare un dialogo autentico. È lo stesso meccanismo che vediamo in psicoterapia quando due parti del Sé si rifiutano di comunicare: la trasformazione resta bloccata.

Dal punto di vista psicoanalitico-relazionale, questa polarità non è patologica: è necessaria. Ogni istituzione vive una tensione interna tra principio di conservazione e principio di trasformazione.
Il problema nasce quando le due parti smettono di dialogare.

All’inizio del nuovo anno scolastico, il compito di ciascuno di noi — docenti, psicologi, educatori — potrebbe essere proprio questo: creare uno spazio di parola in cui le differenze diventino risorse, non barriere.

Relazioni tra compagni: il bisogno di appartenenza nell’epoca della solitudine

Nel film, gli studenti sono un coro polifonico: si osservano, si giudicano, si imitano, si sfidano. La scena di Cardini che imita il ronzio di una mosca durante in classe è più di un momento comico: è un atto psichico, un modo per dire “io esisto”. La mosca, invisibile e fastidiosa, diventa il simbolo dell’adolescente che cerca di lasciare un segno in un mondo che sembra non accorgersi di lui.

Nella scuola di oggi, questo bisogno di riconoscimento non è cambiato. È solo più esposto. I social media amplificano la ricerca di appartenenza, ma la moltiplicano in superficie: la comunità dei pari è virtuale, fragile, instabile. La scuola rimane uno dei pochi luoghi in cui l’adolescente può fare esperienza di un appartenere reale, con corpi, voci, sguardi che non possono essere filtrati.

Nel film, il crollo del soffitto della biblioteca diventa una potente metafora del crollo del contesto: la scuola fisica, come contenitore psichico, appare fragile, permeabile, talvolta incapace di sostenere la complessità dei vissuti adolescenziali.

Oggi, i ragazzi portano a scuola una pluralità di esperienze traumatiche, instabilità familiari, pressioni sociali e aspettative performative che ridefiniscono il concetto stesso di “educazione”. Senza un’attenzione al loro background relazionale, la scuola rischia di diventare un luogo di esclusione anziché di crescita.

Docenti e alunni: il transfert come danza invisibile

Nel film, la relazione tra insegnanti e studenti è fatta di incomprensioni, slanci improvvisi, rifiuti e richieste implicite. Gli insegnanti, spesso sopraffatti da ansie personali, proiettano sui ragazzi le proprie paure e frustrazioni; gli studenti, a loro volta, rispondono con provocazioni, silenzi o piccoli atti di ribellione.

Dal punto di vista psicoanalitico, osserviamo un transfert reciproco:

  • gli insegnanti si sentono “abbandonati” dagli studenti come forse si sono sentiti abbandonati nella propria adolescenza;
  • gli studenti vivono la scuola come un campo relazionale in cui rigiocano vecchie ferite, ma anche possibilità di riparazione.

Oggi questo fenomeno è ancora più evidente: l’iper-stimolazione digitale e la precarietà emotiva degli adulti creano un ambiente in cui il non detto pesa più delle parole. La scuola, per funzionare, deve imparare a contenere le emozioni, non solo a trasmettere nozioni.

Cardini, la mosca e l’équipe psicopedagogica mancata

Cardini, con la sua “mosca”, è il sintomo collettivo di un sistema che non ascolta. È il bambino-sintomo di cui parlava la psicoanalisi sistemica: porta nel corpo e nel comportamento il disagio di un gruppo più ampio, che sia la classe, la famiglia o l’istituzione scolastica.

Se la scuola avesse avuto un’équipe psicopedagogica capace di leggere il gesto, forse avrebbe visto in Cardini non un disturbatore, ma un messaggero. Oggi, questo ruolo diventa essenziale: dietro un comportamento “bizzarro” c’è quasi sempre una richiesta di contenimento, di essere pensati.

5. La metamorfosi kafkiana: la scuola come organismo che muta

Nel finale del film, la scuola appare stanca, ferita, quasi in decomposizione. Eppure, come in La metamorfosi di Kafka, il cambiamento non è soltanto perdita: è anche nascita di un nuovo linguaggio.

Gregor Samsa si sveglia in un corpo che non riconosce più. Così accade alla nostra scuola: ogni giorno si trova dentro una pelle diversa – più digitale, più multiculturale, più fragile – e fatica a riconoscersi. Ma, come ci insegna la psicoanalisi relazionale, la crisi è il preludio di una trasformazione possibile.

Se accettiamo di ascoltare le “mosche” che ronzano, i crolli dei soffitti, i silenzi degli studenti, forse scopriremo che la scuola non sta morendo: sta cambiando forma. La domanda è se siamo pronti a cambiare con lei.

Credo profondamente che la scuola resti uno dei contesti in cui ogni adulto che vi appartiene possa davvero fare la differenza per ogni alunno e per sé stesso.

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