“Non so più guidare!” Quando il sintomo non ha parole

Mario (nome di fantasia) ha ventotto anni e ha già vissuto parecchio. Ha una figlia e si è separato, il che non è stato facile per lui. Quando lo incontro per la prima volta, mi dice che si sente sempre stanco, nervoso e teso. Non dorme bene e si sente come se fosse costantemente sotto pressione. A volte, quando si sente particolarmente agitato, fa cose che non sono buone per lui, come colpirsi la testa con la mano. È come se non sapesse come gestire lo stress e l’ansia che si sono accumulate dentro di lui.

Il motivo esplicito della richiesta di aiuto è la paura di guidare.

Mario evita l’automobile perché, una volta al volante, sperimenta tachicardia, senso di perdita di controllo, confusione mentale e un’intensa angoscia anticipatoria. La macchina diventa uno spazio temuto, da evitare, nonostante rappresenti uno strumento necessario per la sua vita quotidiana.

La prospettiva psicoanalitica del sintomo

In una prospettiva psicoanalitica, il sintomo non è visto come un semplice problema da risolvere, ma piuttosto come una specie di compromesso che la nostra mente trova per affrontare un’ansia molto profonda e antica. La psiche crea questo compromesso per cercare di tenere sotto controllo un’angoscia che potrebbe essere troppo difficile da gestire in altro modo.

Guidare significa essere in movimento, avere la libertà di andare dove si vuole, essere indipendenti e prendersi cura di se stessi. Per Mario, tutto questo risveglia dentro di lui delle sensazioni molto forti, come la paura di non riuscire a fare le cose, di perdere il controllo della situazione, o di non avere nessuno che lo aiuti o lo sostenga quando ne ha bisogno.

Il sintomo, dunque, non è casuale né puramente fobico: è profondamente coerente con la sua organizzazione interna.

Inquadramento diagnostico strutturale

Seguendo il modello strutturale di Otto Kernberg, il funzionamento di Mario può essere capito meglio considerandolo come un’organizzazione di personalità a livello medio. Questo tipo di organizzazione di personalità presenta alcune caratteristiche specifiche, come ad esempio:

– una struttura di personalità non troppo rigida, ma neanche troppo flessibile;

-la capacità di Mario di gestire le proprie emozioni e i propri comportamenti in modo abbastanza adeguato;

– la presenza di alcuni meccanismi di difesa, come ad esempio la negazione o la razionalizzazione, che Mario utilizza per proteggersi dalle situazioni stressanti o dalle emozioni negative;

– la capacità di Mario di stabilire relazioni interpersonali significative, anche se a volte può avere difficoltà a gestire i conflitti o le emozioni negative all’interno di queste relazioni.

I meccanismi di difesa

Le persone che hanno difese prevalentemente evitanti e ossessive tendono a reagire alle situazioni stressanti in modo particolare. Le difese evitanti si caratterizzano per il tentativo di evitare qualsiasi cosa possa essere percepita come minacciosa o stressante, mentre le difese ossessive si concentrano su pensieri e comportamenti ripetitivi e controllanti. Queste strategie di difesa possono essere utili nel breve termine per ridurre l’ansia, ma a lungo termine possono limitare la capacità di una persona di affrontare e risolvere i problemi in modo efficace. Le difese evitanti possono portare a un isolamento sociale e a una riduzione delle opportunità, mentre le difese ossessive possono consumare grandi quantità di tempo e energia, senza tuttavia risolvere i problemi sottostanti. È importante riconoscere queste difese e lavorare per sviluppare strategie più adattive e salutari per gestire lo stress e l’ansia.

La personalità

Secondo Kernberg, la personalità gioca un ruolo fondamentale nel collegare i fattori che causano un problema e i sintomi che ne derivano. In pratica, questo significa che il sintomo non può essere capito appieno se lo si separa dalla struttura della personalità che lo sostiene. Kernberg sostiene che la personalità è il punto di incontro tra le cause di un disturbo e i suoi sintomi manifesti. Quindi, per comprendere veramente il sintomo, dobbiamo considerare la personalità nel suo insieme, perché il sintomo è strettamente legato alla struttura della personalità. La personalità media tra le cause e gli effetti, e non possiamo separare il sintomo dalla persona che lo sta vivendo.

Anche Nancy McWilliams sottolinea che la sofferenza psicologica deriva dalla combinazione di diversi fattori, come il temperamento, le esperienze relazionali passate, le difese che utilizziamo, gli affetti più profondi e il modo in cui gestiamo la nostra autostima. Per esempio, nel caso di Mario, tutti questi elementi si incontrano e creano una grande vulnerabilità legata ai temi dell’autonomia, della separazione e del controllo.

Il primo incontro è il momento in cui tutto inizia. Una persona si presenta con una domanda che va oltre il sintomo, cercando una risposta più profonda. Il sintomo è solo l’inizio, la punta dell’iceberg, e la persona vuole capire cosa c’è realmente sotto. Questo primo incontro è l’occasione per esplorare insieme la domanda, per cercare di capire cosa sta succedendo e come possiamo affrontarlo. La domanda che va oltre il sintomo è una domanda aperta, che richiede ascolto, comprensione e una volontà di esplorare insieme. Da qui si muove il primo passo verso una comprensione più profonda, verso una risposta che vada oltre il sintomo e che possa aiutare la persona a trovare una soluzione duratura. Il primo incontro è un momento importante, un momento di ascolto e di comprensione, in cui la persona può iniziare a capire cosa sta succedendo e come può essere aiutata. Il primo incontro è il punto di partenza per un percorso di scoperta e di crescita, un percorso che può aiutare la persona a trovare la risposta che cerca.

Nel primo incontro, Mario dice chiaramente che vuole superare la paura di guidare. Ma durante la conversazione, si capisce che c’è una preoccupazione più grande: come fare a continuare ad andare avanti senza lasciarsi sopraffare dalle emozioni.

Il lavoro terapeutico non è immediatamente focalizzato sulla rimozione del sintomo, ma piuttosto sulla creazione di un legame di fiducia che permetta al paziente di esplorare le proprie emozioni. In questo tipo di psicoterapia, il terapeuta non si pone come un tecnico che cerca di correggere i problemi del paziente, ma piuttosto come una presenza che offre sostegno e aiuta il paziente a comprendere e a dare senso alle proprie esperienze emotive. Il terapeuta psicoanalitico della relazione cerca di costruire una relazione solida e sicura con il paziente, in cui quest’ultimo si senta libero di esprimere i propri sentimenti e pensieri, e di lavorare insieme per capire e superare le difficoltà che affronta. Il paziente può così iniziare a pensare e a riflettere sulle proprie emozioni e esperienze, e a trovare un modo per dare loro un senso e un significato.

Il processo terapeutico: dal corpo alla parola

Durante la terapia, Mario comincia a capire che la sua paura di guidare è collegata a molte altre cose. Si rende conto di avere un senso di colpa, di essere arrabbiato con i suoi genitori senza averlo mai espresso, di avere paura di essere come suo padre, e di faticare ad accettare di essere separato e autonomo.

Il sintomo perde progressivamente la sua funzione primaria, perché ciò che prima veniva agito attraverso il corpo può ora essere pensato e simbolizzato nella relazione terapeutica.

Secondo McWilliams, nella terapia analitica, il cambiamento si verifica attraverso lo sviluppo di molte idee diverse, e non attraverso azioni rapide o direttive. In questo processo, il tempo gioca un ruolo fondamentale per la trasformazione della persona. Il cambiamento avviene lentamente, attraverso la scoperta di molteplici punti di vista, e il tempo è essenziale per permettere che questo processo si svolga in modo naturale. McWilliams sottolinea che il tempo è un elemento cruciale nella terapia analitica, poiché consente alle persone di esplorare e comprendere a fondo le loro emozioni e i loro pensieri. La terapia analitica non cerca di imporre soluzioni rapide, ma piuttosto di accompagnare la persona in un percorso di auto-scoperta e di crescita personale, dove il tempo è il fattore chiave per il successo del processo.

L’esito del lavoro terapeutico

Dopo tutto il percorso, Mario è tornato a guidare. Non sempre in modo perfetto, ma abbastanza bene per affrontare la sua vita di ogni giorno. La cosa più importante è che è riuscito a capire meglio i suoi stati d’animo, ad accettare l’ansia e a chiedere aiuto quando ne aveva bisogno, senza sentirsi debole o inadeguato. La paura di guidare è diventata meno intensa perché non era più l’unico modo per lenire il suo dolore interiore e non lo tormentava più come prima, perché avevo trovato altri modi per affrontare la sua sofferenza. La paura di guidare, quindi, non era più una costante nella mia vita.

La storia di Mario dimostra che i sintomi possono essere capiti in modo diverso. Non è solo una questione di ansia, ma è anche legata a una storia personale molto complicata e alle emozioni che una persona ha vissuto. Il lavoro terapeutico non mira a eliminare il sintomo, ma a trasformare le condizioni interne che lo rendono indispensabile. Guidare, per Mario, non significava solo muoversi nello spazio, ma assumere una posizione soggettiva nel mondo.