Una tomba per le lucciole: bambini, guerra e psicologia dell’infanzia

Una tomba per le Lucciole è uno dei film più commoventi dello Studio Ghibli (Isao Takahata, 1988). Racconta la storia di Seita e Setsuko, due fratelli giapponesi che, durante la Seconda guerra mondiale, cercano di sopravvivere tra bombardamenti, fame e indifferenza.
Non è solo un film sulla guerra, ma una riflessione universale sull’infanzia ferita, sui bambini in guerra e sul prezzo psicologico che la violenza collettiva impone ai più piccoli.

Guardandolo oggi, è impossibile non pensare a Gaza e ad altre zone di conflitto: bambini che vivono tra macerie, che perdono i genitori, che non hanno scuole né spazi sicuri. Il dolore di Seita e Setsuko non appartiene solo al passato, ma si ripete ogni giorno nel presente.

Chi è il bambino secondo la psicologia?

Per capire la portata di queste ferite, possiamo guardare a diverse prospettive teoriche a partire da Freud per cui il bambino è la radice della vita psichica, il luogo delle pulsioni originarie e dei primi legami affettivi. La guerra, il genocidio, spezzando questi legami destabilizzano l’Io. A Winnicott: il bambino ha bisogno di un “ambiente sufficientemente buono” fatto di cure, contenimento e protezione. Quando l’ambiente crolla, come accade nel film o a Gaza, il piccolo precipita in uno stato di abbandono. Da Erikson per cui lo sviluppo infantile procede per stadi, in cui si costruiscono fiducia, autonomia e identità e per cui la guerra interrompe questo processo: al posto della fiducia, nasce la sfiducia; al posto della speranza, domina l’angoscia, a Berne secondo cui il bambino non scompare mai, nemmeno quando diventiamo adulti. Secondo l’Analisi Transazionale, dentro di noi convivono gli Stati dell’Io (Genitore, Adulto, Bambino). In terapia, per me è fondamentale ascoltare e lavorare con il “Bambino interiore dell’adulto: è lì che restano vive le ferite dell’infanzia, soprattutto se segnate da traumi o mancanze.

Gaza e La tomba per le lucciole

In “La tomba per le lucciole”, Seita e Setsuko non muoiono solo per la fame. Muiono perché nessun adulto li protegge. Sono soli, invisibili, dimenticati.

A Gaza oggi accade lo stesso: bambini che giocano tra le macerie, proprio come Setsuko che trasforma i sassolini in riso per placare la fame. Bambini che non hanno più casa, famiglia o comunità di sostegno, come i due fratelli abbandonati dopo la morte della madre. Bambini che imparano troppo presto il linguaggio della perdita, del lutto e della paura, proprio come Seita costretto a crescere in fretta senza averne la forza. Il parallelismo è drammatico: sia nel film che nella realtà, la tragedia non è solo fisica ma psicologica. È l’esperienza di un’infanzia tradita.

Gli effetti della guerra sul cervello dei bambini

La psicologia e le neuroscienze hanno dimostrato che i traumi infantili di guerra lasciano segni profondi e duraturi: l’amigdala resta iperattiva e il bambino vive in costante allerta, sviluppando ansia e ipervigilanza. La corteccia prefrontale si sviluppa in modo incompleto e diventa difficile regolare emozioni e prendere decisioni equilibrate. L’ippocampo si riduce → la memoria è alterata e cresce il rischio di disturbi post-traumatici. Le immagini di Setsuko sono simboliche: quando gioca con i sassolini fingendo che siano cibo, mostra come il cervello infantile provi a proteggersi costruendo rifugi immaginari. Lo stesso accade a molti bambini di Gaza: inventano giochi tra le rovine per sopravvivere all’insostenibile.

Il bambino dentro l’adulto: un lavoro terapeutico

Come terapeuta, so che il bambino interiore (Berne) continua a vivere dentro ciascuno di noi. Quando accolgo un adulto in terapia, ascolto anche quella parte fragile, creativa e sofferente che è rimasta ferma a un’esperienza infantile.

I bambini di Gaza, come Seita e Setsuko, porteranno a lungo dentro di sé le tracce del trauma. E quegli stessi bambini, una volta cresciuti, avranno bisogno che il loro “Bambino interiore” venga ascoltato, curato, riconosciuto. È lì che si nasconde la chiave della guarigione.

Una domanda che ci riguarda tutti

“La tomba per le lucciole” ci commuove perché mostra che la guerra non distrugge solo corpi e città, ma la stessa possibilità di essere bambini. Guardando Seita e Setsuko vediamo Gaza, vediamo i rifugiati, vediamo ogni infanzia ferita.

La domanda che resta è universale:
cosa significa crescere senza protezione, senza adulti che si prendono cura?

Come psicologi, educatori e cittadini, il nostro compito è non dimenticare mai che la pace non è solo assenza di bombe: è la possibilità, per ogni bambino, di crescere in un ambiente sicuro, amato, “sufficientemente buono”.

Intanto da qualche mese ho iniziato ad essere donatrice regolare di questa associazione che tra le tante attività si occupa di supporto psicologico e percorsi di riabilitazione per le vittime di traumi in contesti di emergenza.

https://sostieni.soleterre.org